FIBRONIT CONDANNATI A 4 ANNI

VOGHERA. Una condanna a 4 anni di reclusione per omicidio colposo e disastro ambientale derubricato da doloso a colposo, l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, oltre al pagamento di una provvisionale, di importo variabile da 10.000 a 20.000 euro (le parti civili costituite al processo hanno chiesto risarcimenti per circa 80 milioni). È stata pronunciata ieri, dopo oltre tre ore di camera di consiglio, la sentenza che ha messo fine al giudizio abbreviato celebrato al Tribunale di Voghera nei confronti dei due ex amministratori della Fibronit Claudio Dal Pozzo, 74 anni, di Roma e Giovanni Boccini, 74 anni, di Alessandria. Presenti entrambi in aula, i due imputati erano difesi rispettivamente dagli avvocati Pietro Folchi Pistolesi e Gianfranco Ercolani. Diminuita di un anno rispetto alla richiesta avanzata dal pm – 7 anni di reclusione – la condanna a 6 anni pronunciata ieri è stata ridotta a 4 dopo l’applicazione dello “sconto” di un terzo della pena previsto dal giudizio abbreviato. Procedimento scelto, hanno spiegato ancora ieri i legali dei due imputati, proprio per evidenziare per i loro clienti, un «diverso coinvolgimento rispetto agli altri otto imputati del processo principale» che si celebrerà il 7 ottobre con rito ordinario al Tribunale di Voghera. L’arrabbiatura degli imputati, il pianto dei familiari delle vittime che hanno atteso per anni una pronuncia dei giudici. Tensione e nervosismo si respiravano ieri mattina nell’aula al piano terra del Tribunale di Voghera: per i due ex amministratori che, hanno tenuto a precisare, «la responsabilità è prima di tutto degli enti che sapevano e non sono intervenuti», e per le parti civili che hanno invocato più volte «il riconoscimento dei diritti delle vittime dell’amianto», e che dopo la sentenza hanno commentato: «Finalmente un po’ di giustizia». Un clima nervoso già al momento dell’arrivo di imputati e legali, accolti dagli striscioni che puntavano il dito contro il ministero dell’Ambiente, e sfociato in uno scontro verbale in strada, tra lo stesso Dal Pozzo e un familiare, Giuseppe Libertino, che a causa dell’amianto ha perso il padre. «Lei non può dire che non sapeva dei morti a causa della polvere d’amianto, bisogna mettersi la mano sul cuore e fare qualcosa perchè i nostri figli e nipoti rischiano», ha detto Libertino a Dal Pozzo. Il quale ha replicato: «Io vendevo tubi per conto di quattro aziende in consorzio nella “Union tubi”. Sono entrato in consiglio di amministrazione nell’86 e ne sono uscito nel ’90, ma mi occupavo, appunto, dell’area commerciale. Non ho mai saputo quando le persone hanno iniziato ad ammalarsi, e ora mi piange il cuore». «È assurdo che possa essere coinvolto in questo affare, io mi occupavo solo di acquisti per la società», gli ha fatto eco Boccini.

La sentenza è arrivata e ha rinfocolato gli animi. «Soddisfatto? Solo in parte perchè ci aspettavamo di più rispetto alla posizione di garanzia – hanno commentato Ercolani e Foschi Pistolesi–. È un primo passo. Leggeremo le motivazioni della sentenza e valuteremo un eventuale appello». «Non sono assolutamente soddisfatto – ha tuonato Dal Pozzo –. E non è giusto che le responsabilità dei vari enti siano caricate sulle mie spalle. Sia a livello governativo che le amministrazioni periferiche ne sapevano certamente più di me. No, non mi sento responsabile: non si può dopo vent’anni fare processi a chi lavorava in quel periodo. Eravamo a posto con le direttive italiane ed europee».

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