PROCESSO ETERNIT BAGNOLI

Napoli – Processo Eternit Bagnoli, depositata la sentenza

La produzione del cemento-amianto in Italia è proseguita per quasi un decennio nel nostro Paese dopo che fu resa nota la sua pericolosità «solo per effetto dell’opera di disinformazione consapevolmente promossa» dal magnate svizzero Stephan Schmidheiny. Il cui reato non si può considerare prescritto perché – affermano i giudici di Torino – il disastro ambientale «non si è ancora concluso». A Bagnoli (Napoli) come a Rubiera (Reggio Emilia).La responsabilità del manager svizzero Stephan Schmidheiny va ravvisata, dunque, anche per gli stabilimenti Eternit di Napoli-Bagnoli e Rubiera, considerata prescritta nella sentenza di primo grado, perché «esattamente come negli altri due siti di Cavagnolo e di Casale Monferrato, il fenomeno epidemico costituito dall’eccesso dei casi rilevati rispetto a quelli attesi, è attualmente ancora in corso».

«Il pericolo per la popolazione non è ancora scomparso» scrivono infatti i giudici nella sentenza di appello depositata oggi. Secondo i giudici nel caso Eternit il reato di disastro, per cui il manager Schmidheiny è stato condannato a 18 anni di reclusione, «è ancora in atto, in forza della perdurante permanenza del pericolo».

Infatti «le specifiche modalità del fatto e la lunga durata della latenza delle patologie amianto-correlate – scrivono – determinano tuttora la persistenza del pericolo per un numero indeterminato di persone, derivante dall’esposizione alle polveri di amianto».

«Il particolare evento di disastro – scrivono i magistrati – verificatosi anche in quei siti ha preso la forma di un fenomeno epidemico che, esattamente come in quelli di Casale Monferrato (Alessandra) e Cavagnolo (Torino), si è esteso lungo l’asse cronologico con durata pluridecennale».

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