TURBIGO PROCESSO AMIANTO PERITI SOTTO ACCUSA

Colpo di scena all’udienza del processo a carico di sei ex dirigenti Enel della centrale di Turbigo, al banco degli imputati per omicidio colposo, con l’accusa di non aver informato adeguatamente gli otto lavoratori deceduti per mesotelioma pleurico sui rischi che correvano stando a contatto con l’amianto. L’avvocato di alcuni familiari delle vittime, Laura Mara, ha presentato una ricca documentazione che può mettere in dubbio le testimonianze rilasciate nel corso delle udienze precedenti dai periti della parte della difesa. «Abbiamo presentato una serie di documenti che pongono seri dubbi sulla credibilità dei consulenti tecnici convocati dalla difesa – spiega l’avvocato Mara – in particolare il professor Carlo La Vecchia e il professor Marco Valenti».

Primo fra tutti, un estratto della recente sentenza emessa dal Tribunale di Rovigo, che ha condotto alla condanna degli ex amministratori delegati Enel Scaroni e Tarò per non aver posto le misure necessarie al contenimento delle emissioni della centrale termoelettrica di Porto Tolle tra il 1998 e il 2009. Nell’estratto della sentenza si legge che “sono emerse circostanze di fatto che pongono in dubbio la credibilità e l’indipendenza di giudizio di alcuni componenti del collegio peritale difensivo”. Il tribunale si riferisce in particolare ai consulenti Marco Valenti e Carlo La Vecchia. Quanto al primo è stato prodotto un articolo pubblicato negli Annali dell’Istituto superiore di sanità del gennaio 2011 intitolato ‘Il punto sulle centrali termoelettriche a carbone e salute della popolazione’ a firma di Valenti, dove il professore segnala la propria situazione di conflitto d’interessi per avere lo stesso svolto attività di consulente in alcuni procedimenti giudiziari riguardanti Enel. Quanto a La Vecchia è stato prodotto un comunicato stampa dell’Associazione italiana di epidemiologia nel quale vengono stigmatizzate le argomentazioni scientifiche dello stesso sostenute in un documento circa la mancanza di correlazione tra l’inquinamento ambientale prodotto dallo stabilimento Ilva e l’aumento dell’incidenza di tumori nella popolazione circostante.

I professori citati dalla sentenza sono gli stessi del processo alla centrale di Turbigo. L’obiettivo dell’accusa è dimostrare che le relazioni presentate dai periti non sarebbero attendibili neppure per questo procedimento. «Questi periti hanno sostenuto la tesi della difesa mettendo in discussione in particolare il ruolo causale attribuito alle dosi cumulative nella determinazione del mesotelioma pleurico – spiega Luigi Mara, consulente al processo per Medicina Democratica –. Sostengono che conta solo la dose killer dell’esposizione iniziale per la determinazione del tumore. Noi abbiamo dimostrato che tutte le esposizioni hanno un ruolo causale. Abbiamo appurato che a parità di tutti gli altri parametri, la latenza (periodo inteso dalla prima esposizione fino alla manifestazione clinica della patologia) è più lunga di almeno 10 anni per chi ha avuto una esposizione alla concentrazione di fibre nell’aria più bassa, mentre si riduce per gli stessi anni per chi ha avuto un’esposizione più alta».

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