AMIANTO: MOTIVAZIONI SENTENZA ILVA TARANTO

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MOTIVAZIONI SENTENZA:

AIEA – Sent. app. Ilva (10-17)

Da una raffica di condanne in primo grado, alcune delle quali molto pesanti e superiori alle richieste dell’accusa, a una raffica di assoluzioni tra le quali c’è quella di Fabio Riva. A Taranto la Corte d’Appello ribalta la sentenza che, nel maggio del 2014, aveva condannato 27 tra ex amministratori ed ex dirigenti dell’Italsider-Ilva sia pubblica (Iri) che privata (Riva) perché ritenuti colpevoli di aver causato con l’esposizione all’amianto la morte di 28 lavoratori.

In particolare tre anni fa il giudice monocratico, Simone Orazio, aveva ritenuto che vi fosse un nesso di causalità tra il decesso degli operai e la loro esposizione all’amianto. E così in 27 erano stati condannati per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo a pene tra i 9 anni e mezzo e i 4 anni di reclusione. Per il giudice Orazio, «la tematica dell’amianto, pur profondamente conosciuta da tutti i vari ceti aziendali e quindi da tutti gli imputati, non ha mai superato il piano dell’oralità» perché nessun dirigente Italsider o Ilva «ha mai adottato un provvedimento concreto volto a migliorare le condizioni di lavoro legate all’amianto» e quindi «questa situazione di consapevole e lucida omissione si è perpetrata per decenni».

Nella requisitoria in appello anche il sostituto procuratore generale Lorenzo Lerario aveva chiesto la condanna degli imputati sostenendo che almeno «quindici casi di decesso dovuti a mesotelioma pleurico sono certamente ascrivibili a inalazioni di fibre di amianto occorse all’interno dello stabilimento Ilva» all’interno del quale «non sono mai stati adottati efficaci mezzi di protezione, collettivi e individuali, per la tutela dei lavoratori».

Invece la Corte d’Appello individua responsabilità aziendali solo per cinque casi. Sono stati così assolti l’ex vicepresidente di Riva Fire, Fabio Riva, e l’ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso, in primo grado condannati a 6 anni (Riva e Capogrosso sono anche imputati per altri reati nel processo “Ambiente Svenduto” in corso in Corte d’Assise a Taranto). Condannati, invece, Sergio Noce a 2 anni e 4 mesi (9 anni e 6 mesi in primo grado), Giambattista Spallanzani a 2 anni e 8 mesi (9 anni) e Attilio Angelini a 2 anni (9 anni e 2 mesi). Sono tre ex dirigenti dell’Italsider di Stato e dovranno anche risarcire i parenti degli operai morti, per i quali è stato riconosciuto il nesso di casualità, e le parti civili Inail, Fiom, Uil, Associazione Esposti Amianto e Anmil. Assolti, inoltre, Aldo Bolognini, Massimo Consolini, Giovanni Gambardella e Giovanni Gillerio (tutti già condannati a 8 anni e 6 mesi); Francesco Chindemi (8 anni), Mario Lupo (7 anni e 10 mesi) e Renato Cassaro (7 anni); Nicola Muni (6 anni); Franco Simeoni (6 anni), Lamberto Gabrielli, Mario Masini, Tommaso Vincenzo Milanese, Augusto Rocchi e Costantino Savoia (tutti condannati a 5 anni); Alberto Moriconi (4 anni); Bruno Fossa e Riccardo Roncan (entrambi condannati a 4 anni); Pietro Nardi (8 anni e 6 mesi) e Giorgio Zappa (8 anni e 6 mesi). Assolto, infine, anche Ettore Mario Salvatore, condannato a 4 anni in primo grado.

Sebbene dal 2003 al 2015 nel siderurgico di Taranto siano stati effettuati circa 1.300 interventi di bonifica, l’amianto, ha denunciato di recente la Fiom Cgil, è ancora presente. Infatti, per il sindacato, «dalla relazione dei commissari straordinari emerge che attualmente sono presenti in stabilimento circa 3700 tonnellate di amianto in matrice friabile e 120 in matrice compatta». E così «in risposta a quanto denunciato – ha reso noto la Fiom -, la Regione Puglia, al fine di poter istituire un eventuale tavolo di confronto per la corretta individuazione e programmazione degli interventi di bonifica dei materiali contenenti amianto presenti nello stabilimento Ilva, ha invitato Arpa Puglia e Asl ad effettuare un’ispezione volta all’accertamento della presenza di manufatti e materiali contenenti amianto, nonché alla valutazione del relativo stato di conservazione».

 

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