PERCORSO DI LETTURA: L’AMIANTO

Percorso di lettura: l’amianto di Giorgio Nebbia

L’amianto è costituito da silicati di magnesio o di calcio e magnesio: i tipi più importanti commercialmente sono il crisotilo, o amianto bianco; la crocidolite, o amianto blu; la tremosite; l’amosite e pochi altri. L’amianto è l’unico minerale fibroso ed è l’unica fibra tessile inorganica che, essendo priva di carbonio, non brucia; l’amianto inoltre resiste alle alte temperature e i prodotti a base di amianto, come tessuti e pannelli, sono buoni isolanti termici, elettrici e acustici.

La “meraviglia” e stranezza dell’amianto sono note dai tempi più antichi. Ne parla Plinio nella sua “Storia naturale” scritta nel 70 dopo Cristo; Marco Polo, nel libro “Il Milione”, il resoconto del suo viaggio in Cina alla fine del Duecento, racconta di aver visto in quel lontano paese delle tovaglie che potevano essere lavate mettendole sul fuoco !

Alla fine del Settecento. Candida Medica Coeli (1764-1846), nata a Chiavenna in Valtellina e sposata Lena Perpenti, una donna di grande curiosità e interessi nel campo delle scienze naturali, aveva visto nel museo di storia naturale di Como un filato di amianto trovato negli scavi di Ercolano. la ricca città ai piedi del Vesuvio sepolta dopo l’eruzione del 79 dopo Cristo. Candida Lena Perpenti si mise in testa di riprodurre lo stesso filato usando l’amianto delle vicine cave valtellinesi; inventò uno speciale pettine e ottenne tessuti e guanti che furono oggetto, in quei primi anni dell’Ottocento, di grande curiosità addirittura internazionale. Instancabile, Candida Leni Perpenti riuscì a fabbricare una carta di amianto su cui era possibile scrivere con un inchiostro resistente al fuoco.

L’idea fu raccolta dal fisico bolognese Giovanni Aldini (1762-1834) e dall’imprenditore Antonio Vanossi (1789-1857) che fece confezionare degli abiti e stivali adatti a proteggere i pompieri dal fuoco, descritti in un libro del 1830. Nel 1865 in provincia di Torino cominciò la produzione industriale di carte e cartoni di amianto, poi, dal 1882, di filati e tessuti a Grugliasco (Torino).

Nel 1901 il chimico austriaco Ludwig Hatschek scoprì che l’amianto poteva essere miscelato con cemento e che con l’amianto-cemento era possibile costruire lastre utili in edilizia, resistenti al calore, non infiammabili, dotati di buon isolamento termico, e acustico. Nel 1912 gli ingegneri italiani Mazza e Magnani costruirono le prime macchine capaci di produrre, con amianto-cemento, tubi resistenti agli acidi, duraturi e adatti per trasportare acqua e fluidi industriali.

Il successo commerciale dell’amianto è stato grandissimo, fino a quando alcuni medici hanno riconosciuto che molti operai addetti alla sua lavorazione presentavano tumori dell’apparato respiratorio. Nel 1938 il professore tedesco M. Nordman pubblicò un articolo intitolato: “Sui noti tumori dei lavoratori dell’amianto”.  Quell’aggettivo “noti” nel titolo dell’articolo di Nordman sta ad indicare che già nel 1938 si sapeva che i microscopici aghetti di amianto, quando sono respirati dall’uomo, provocano tumori ai polmoni, ma l’avvertimento è rimasto ignorato per decenni. Primo Levi (1919-1987), che nel 1941 lavorò, in clandestinità in quanto ebreo, come chimico nella più grande cava italiana di amianto, a Balangero, in provincia di Torino, nel suo libro “Il sistema periodico”, descrive bene come la mortale polvere di amianto si disperdesse nell’aria, nei polmoni dei lavoratori e in quelli delle persone che abitavano vicino alla cava: “C’era amianto dappertutto — scrive Levi — come una neve cenerina”.

Molte delle migliaia che lavoravano nella filatura della Società Italiana Amianto di Grugliasco morirono, alcune in giovane età. La dolorosa storia delle “ragazze dell’amianto” è stata raccontata nel libro di Chiara Sasso, “Digerire l’amianto”, il volto oscuro delle fabbriche dell’amianto, salutate all’inizio come occasioni di lavoro e di benessere economico in molte zone povere del paese. Ne sorsero, quasi tutte riconducibili alla società svizzera Eternit, a Casale Monferrato  a Cavagnolo, a Broni, ad Avenza, a Rubiera, a Batri, in Val Basento e in molti altri posti, tutte fabbriche chiuse con il 1985-90.

Col passare del tempo i morti sono risultati migliaia e fra i morti si contavano anche i familiari degli operai che tornavano a casa con indumenti sporchi di polvere di amianto, e anche persone che erano state esposte alla polvere di amianto liberata in seguito all’usura delle pareti e coperture di amianto-cemento.

Nonostante la sua pericolosità e cancerogenicità certe, per decenni l’amianto è stato usato in innumerevoli applicazioni tecniche e industriali; è stato presente nelle frizioni e nei freni degli autoveicoli e treni; è stato usato come isolante termico negli impianti industriali; nelle navi e nei veicoli, certi isolanti usati in cucina o sotto il ferro da stiro contengono ancora amianto. Per decenni innumerevoli persone hanno respirato polvere di amianto nelle case, nelle scuole, nelle vetture ferroviarie, in cui erano installati pannelli isolanti a base di amianto dai quali le fibre si staccavano lentamente, ogni giorno, per l’usura, l’amianto è stato respirato nella polverizzazione dei freni degli autoveicoli; è stato una fonte certa di tumori professionali nelle fabbriche in cui l’amianto veniva trattato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una vastissima documentazione sulle lotte operaie e civili contro l’amianto si trova nel sito dell’Associazione esposti all’amianto: www.associazioneitalianaespostiamianto.org.

 

 

Ci sono voluti molti anni, da quel 1938 in cui sono stati descritti i primi effetti cancerogeni dell’uso e del contatto con l’amianto, prima che si provvedesse a vietarne l’uso. Forse perché le proprietà dell’amianto e la sua convenienza economica apparivano certe e immediate, mentre i danni alla salute e i tumori comparivano tardi rispetto all’esposizione. Purtroppo gli effetti cancerogeni dell’amianto appaiono lentamente e si manifestano dapprima come disturbi respiratori che medici disinformati o compiacenti possono facilmente interpretare come normali malattie, e solo dopo anni è possibile riconoscere il rapporto diretto fra assorbimento di amianto e tumori ai polmoni.

Soltanto un vasto movimento di protesta — una delle prime contestazioni ecologiche partite dai lavoratori e dalle popolazioni che abitavano vicino alle cave e alle fabbriche dell’amianto — ha permesso di arrivare, prima a livello europeo e poi, con congruo ritardo, a livello nazionale, al divieto dell’importazione, estrazione, lavorazione e commercializzazione dell’amianto, stabilito dalla Legge 257 del 1992.

Così come ci sono voluti anni di processi e rinvii per arrivare ad una sentenza di condanna dei proprietari dell’Eternit, la principale società produttrice, e di risarcimento dei malati e degli eredi dei morti. La lunga storia è descritta nel libro di Giampiero Rossi, “La lana della salamandra” e la storica sentenza del tribunale di Torino è riportata nel fascicolo n. 51 del 2012 del “Quaderno di Storia Contemporanea” di Alessandria.

Ma nel frattempo decine di milioni di tonnellate di amianto erano già presenti in Italia e il problema era quello di liberarsene col minimo danno sanitario possibile. La legge prevede che le lastre, i serbatoi, i pannelli contenenti amianto debbano essere rimossi con adatte precauzioni e che debbano essere posti in adatte discariche; e qui è cominciata la lenta lunga ricerca dei siti in cui si trovavano tali manufatti e di come smaltirli in sicurezza. Ci sono state avventurose imprese che si sono offerte di togliere i pannelli isolanti dalle carrozze ferroviarie senza precauzioni per i lavoratori; in molte stazioni ci sono ancora vagoni ferroviari chiusi, sigillati e abbandonati, perché costa troppo togliere l’amianto e non si sa dove metterlo.  Molte scuole sono state chiuse per mesi per togliere i pannelli isolanti dai soffitti e dalle pareti, e una nuova odissea ha riguardato, a questo punto, gli operai addetti a eliminare e seppellire l’amianto, esposti a fibre che, col tempo, si erano spezzate in frammenti ancora più piccoli e ancora più pericolosi per la salute. Talvolta, da discariche abbandonate e abusive, emergono depositi di amianto sepolti in tutta fretta.

Se l’uso dell’amianto è finalmente vietato in Italia, la sua produzione nel mondo continua su larga scala, due milioni di tonnellate all’anno, e migliaia di lavoratori continuano ad essere esposti alla fibra mortale in Russia, Cina, Brasile, Canada e in molti altri paesi. Fino a quando la morte e il dolore degli operai e delle loro famiglie dovranno essere il prezzo del diritto al lavoro ?

 

Il sito di ecologiapolitica che oggi torna in rete si propone di diffondere la pratica e la cultura dei beni comuni, pubblicando materiali che ne allarghino la conoscenza affinchè l’alternativa trovi consenso da parte della popolazione e possa concretizzarsi. Occorre infatti evitare le scorciatoie che in Italia si presentano quasi sempre come derive politiciste, come fondare un nuovo partito politico ancorato ai beni comuni. Occorre insomma evitare che “tutto cambi affinché niente cambi”.

ARTICOLO SU ecologiapolitica del 31 ottobre 2013

http://www.ecologiapolitica.org/

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