INTERVENTO ARMANDO VANOTTO

L’intervento tenuto dal Presidente Aiea Armando Vanotto lo scorso 17 maggio a Torino, nel corso del convegno “L’amianto e il mondo”, organizzato dal Centro Studi Sereno Regis con Medicina Democratica.

Le registrazioni del convegno sono disponibili su questo rimando internet http://www.ustream.tv/recorded/32949023
                                         Associazione italiana esposti amianto – AIEA Piemonte

Intervento al seminario “L’amianto e il mondo”

C/so Stati Uniti 33 Torino, 17 maggio 2013

 

Lo scorso 8 aprile, a Casale Monferrato in provincia di Alessandria – centro internazionale della lotta per l’abrogazione dell’uso dell’amianto e sede degli stabilimenti Eternit fino agli anni Novanta dello scorso secolo – l’ex ministro della salute Renato Balduzzi ha presentato il “Piano nazionale amianto. Linee di intervento per un’azione coordinata delle amministrazioni statali e territoriali”. Secondo l’ex ministro si è trattato di una risposta operativa ad una vicenda sulla quale a livello nazionale era sceso l’oblio: il governo Monti riportava una triste vicenda all’attenzione non solo nazionale, ma anche internazionale. I responsabili dei dicasteri del lavoro, Elsa Fornero, e dell’ambiente, Corrado Clini intanto erano assenti.

Riportiamo il commento del responsabile nazionale dell’Associazione Italiana Esposti Amianto, Armando Vanotto, raccolto il 17 maggio a Torino nel corso di un convegno organizzato dal Centro Studi Sereno Regis, dedicato al tema “L’amianto e il mondo”.

 

Situazione e prospettive del Piano Nazionale Amianto

Al  momento  della presentazione del Piano Nazionale Amianto il nostro Paese ha su tutto il territorio circa 40milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto da smaltire su una superficie di circa 600 milioni di metri quadri: si tratta grossomodo di 700 chilogrammi di amianto per ogni abitante, con dieci metri quadri di territorio disponibili a persona. Attualmente, tutto il materiale rimosso in Italia viene trasportato su gomma nell’ex Germania dell’Est, a migliaia di chilometri di distanza, con costi complessivamente altissimi sostenuti dai cittadini. Questa situazione è dovuta alla mancanza di un piano di smaltimento nazionale e della progettazione di discariche a livello regionale. Per questo in Italia non esiste ancora una data di termine che stabilisca la fine dell’amianto: in alcune regioni l’obiettivo temporale dello smaltimento era stato poste nel 2015. Ora sarà forse il 2020?

Con i censimenti fatti in passato, nonostante le energie spese dalle regioni e dai comuni, il materiale censito in tutta l’Italia non ha superato il venti per cento dell’esistente; i sindaci avrebbero dovuto responsabilizzare i cittadini a denunciare i metri quadri delle coperture possedute, per controllare poi che la quantità denunciata corrispondesse alla richiesta della quantità da smaltire. Ma senza alcun controllo da parte degli enti locali, i proprietari di piccole quantità di cemento amianto hanno continuato a disperdere pericolosamente il materiale nell’ambiente. Cosi la prevenzione primaria è rimasta un sogno.

Purtroppo dopo a presentazione a Casale, con l’ex ministro della salute Renato Balduzzi, l’Istituto Superiore di Sanità e le autorità militari e religiose presenti, il Piano Amianto non è poi neppure stato approvato dalla Conferenza unificata Stato, Regioni, Province e Comuni per problemi di bilancio, quindi non ha attualmente la forza impositiva che tutti noi speravamo potesse avere.

Per il problema ambientale, la mappatura dell’amianto, le bonifiche e lo smaltimento si è riscontrato che i finanziamenti non ci sono, salvo quelli già stabiliti dalle precedenti leggi. Sarebbero necessari nuovi investimenti per bonificare i 380 siti italiani già compromessi dal punto di vista dei rischi ambientali e della salute dei cittadini che abitano nelle loro vicinanze. Sono aumentate le vittime di mesotelioma pleurico fra i residenti per esposizione all’amianto di tipo ambientale, e quindi non per cause professionali.  E di questo passo, se non si investono risorse umane ed economiche, per smaltire l’amianto in Italia ci vorranno cento anni.

Dobbiamo anche discutere e approfondire il problema delle forme di smaltimento: le possibilità sono gli inertizzatori, le discariche o le miniere e le gallerie abbandonate. Di queste ultime in Italia ce ne sono tremila, tutte potenzialmente utilizzabili a patto che le procedure di sicurezza siano strettamente attuate. Tutti i metodi di smaltimento dovrebbero comunque essere controllati dalle Istituzioni e sottoposti a controlli indipendenti con la partecipazione attiva della popolazione residente. Va anche detto che a conti fatti la creazione di impianti di smaltimento in ogni regione, su scala territoriale, potrebbe ridurre drasticamente il costo complessivo del trasporto e dello smaltimento all’estero e con il risparmio derivante si potrebbe per esempio concedere uno sconto fiscale a chi intendesse prenotarsi per far rimuovere materiali asbestosi entro il 2020, stabilendo la scadenza per la prenotazione entro il 2014.

Il Ministero del lavoro, al quale abbiamo chiesto l’estensione del Fondo vittime amianto, istituito nel 2007, anche alle persone ammalate per esposizione non professionale, ci ha comunicato, stante l’attuale crisi economica, che non è possibile immaginare la prospettiva di una risposta positiva a breve, anche se secondo Nicola Pondrano, presidente del Fondo, ce ne sarebbero i presupposti.

Riteniamo che del Piano Amianto sia positivo il primo punto, quello riguardante l’assistenza sanitaria. Infatti, pur con delle limitazioni, ci sono già dei finanziamenti attivi. Per la ricerca sono stati resi disponibili 820mila euro forniti dall’Unione Europea, più 300mila euro messi a disposizione dalla regione Piemonte. Grazie anche a queste somme, gli ospedali di Casale Monferrato e di Alessandria si sono coordinati per creare standard comuni, sulle migliori tecniche disponibili per le cure e la ricerca.

Invece, per quanto riguarda la sorveglianza sanitaria, mancano nel Piano gli indirizzi generali alle regioni, su come sorvegliare gli ex esposti, cioè i lavoratori dell’amianto a forte rischio di malattia. Sarà molto importante che come associazioni e sindacati  ci rivolgiamo alle regioni per far mettere in atto ciò che e’ di loro competenza: la prevenzione, l’assistenza sanitaria  e le operazioni di bonifica.

Il Piemonte è una delle sette regioni italiane ad avere una legge sull’amianto. Ma questa – si tratta della legge 30 del 2008: “Norme per la salute, il risanamento dell’ambiente, la bonifica e lo smaltimento dell’amianto” – è tuttora inapplicata. Per  questo  motivo l’Aiea Piemonte e l’Associazione rischio amianto e sostanze inquinanti (Arasis) per la salute di Mondovì e Val Tanaro, in provincia di Cuneo hanno organizzato una petizione e raccolto 1300 firme che saranno consegnate all’assessore alla Sanità della Regione, Ugo Cavallera, per chiedere che venga resa attiva questa buona legge del Piemonte.

I cittadini che hanno sottoscritto la petizione sono consapevoli del rischio per la loro salute, per questo chiedono interventi immediati per la bonifica e lo smaltimento.

Esiste poi per il Piemonte il dispositivo regionale 40-5094 del 18 dicembre 2012 per la “Gestione di esposti/segnalazioni relativi alla presenza di coperture in cemento armato negli edifici”. Secondo questo dispositivo sarebbero i cittadini che abitano vicino a coperture in amianto a dover fare la denuncia per iscritto al sindaco della loro città, nella sua funzione di autorità sanitaria del comune. Il sindaco, avuta la segnalazione dovrebbe dare incarico all’Arpa di verificare e valutare l’indice di conservazione della copertura, acquisendo i dati del degrado e definendo il contesto in cui il manufatto si colloca. Successivamente l’Arpa dovrebbe trasmettere la segnalazione al dipartimento di prevenzione dell’Asl territorialmente competente, e in relazione a tale segnalazione sui cittadini esposti verrà svolta un indagine epidemiologica.

Nella nostra regione, inoltre, è stato costituito il Comitato strategico amianto; da questo organo tecnico dovrebbero scaturire le strategie per dare risposte a tutte le problematiche dell’amianto sul territorio piemontese. In realtà, noi le richieste e le segnalazioni le abbiamo fatte, ma per ora non è stato presentato alcun piano di smaltimento regionale.

In Piemonte, dal 2002 al 2007 sono state prodotte 37.520 tonnellate di rifiuti contenenti amianto, alle stesse date, però, risultano soltanto 6.630 tonnellate smaltite.  Pertanto, molto di questo cemento amianto sarà finito all’estero, ma molto di più sarà stato invece disperso nel territorio italiano.

Sempre in Piemonte, sono 17mila i lavoratori ex esposti, per questi non ci sono proposte riguardati la loro sorveglianza sanitaria, anche se una proposta da parte nostra all’assessore alla Sanità e alla salute l’abbiamo fatta. Non sappiamo chi si farà carico della sorveglianza sanitaria, se la medicina del lavoro o un’equipe di medici costituita appositamente per questo compito.

Nella nostra regione i decessi per mesotelioma pleurico sono 295 all’anno e circa il doppio è il numero di morti per tumori asbesto correlati. Nella provincia di Cuneo – dal 2008 al 2010 – i decessi per mesotelioma pleurico sono stati 55, di cui 15 donne.

E qui porto alla vostra attenzione alcuni dati che devono farci riflettere su come affrontare la situazione delle malattie professionali da amianto nei confronti dell’Inail, l’Istituto Nazionale che si dovrebbe preoccupare di indennizzare i problemi di salute derivanti dal lavoro. Nella puntata della trasmissione televisiva Report del 28 aprile 2013 – giornata mondiale delle vittime dell’amianto – la conduttrice ci informava che sono 3mila all’anno i decessi in Italia per mesotelioma pleurico. Il direttore nazionale del’Inail in un recente incontro con le associazioni ci ha però comunicato che su mille casi di mesotelioma, in media l’ente riconosce la causa di lavoro solo a 450. In relazione a questi dati, che già per noi sono abnormi, come associazione aggiungiamo la segnalazione della relativa carenza di stime della frequenza di malattie asbesto-correlate diverse dal mesotelioma. Secondo noi è verosimile che i dati Inail sugli indennizzi sottostimino il fenomeno, così come sono sottostimati i casi di mesotelioma.  Da qui deve partire un dibattito che affronti questo grave problema sul numero dei malati per cause professionali nei confronti dell’Inail. Per questo chiediamo aiuto agli scienziati, ai medici e a tutti coloro che hanno a cuore che i diritti di tutte le vittime del lavoro e dell’amianto in particolare. Occorre che i casi di mesotelioma vengano principalmente riconosciuti come dovuti ad attività lavorativa, con alcune eccezioni e non il contrario. Questo servirebbe anche solo per ridurre al minimo la conflittualità tra le vittime e l’Inail che, pur perdendo quasi tutte le cause intentate dai lavoratori, continua a perseguire tutti i gradi giudizio, anche solo per ritardare, di fatto, il giusto riconoscimento dei diritti delle vittime.  In molti casi questo avviene anche dieci anni dopo l’inizio della prima udienza.

Il Ministero della salute ha definito la diffusione dell’amianto un’emergenza nazionale e un grave pericolo per la salute. Per come è stato trattato finora questo tema dallo stato, possiamo dire che nel Piano Nazionale Amianto vi sono molte ombre e pochissime luci e che l’emergenza continua ad essere pericolosamente attiva soprattutto per la mancanza di finanziamenti da parte del governo.

Noi come Associazione chiediamo che venga istituita una commissione permanente che si incontri con il governo per far si che vengano affrontati in modo organico tutti i problemi relativi all’amianto: quello sanitario, quello ambientale e quello risarcitorio.

Tuttavia dobbiamo dire anche che questo Piano Nazionale, pur con tutti i suoi limiti resta un punto fermo, prezioso, perché dopo ventuno anni dalla famosa legge n. 257 del 27 marzo 1992, che stabilì la cessazione dell’impiego dell’amianto, si traccia finalmente un percorso, che prima non c’era. Per questo vogliamo ricordare e ringraziare tutti coloro che hanno collaborato per il Piano con i ministeri: i ricercatori, le associazioni e i sindacati.  Noi vogliamo che questo percorso colmi il vuoto politico, tuttora esistente, tra governo e vittime. Dovrà essere nostro comune obiettivo fare in modo che il sogno diventi realtà, perciò come associazioni e sindacati dobbiamo con forza farci sentire dal governo, facendo convergere al massimo le nostre energie affinché il Piano Nazionale Amianto diventi legge dello stato nel più breve tempo possibile.

Armando Vanotto, rappresentante nazionale dell’Associazione Italiana Esposti Amianto (AIEA)

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