ETERNIT, CHIESTO PROCESSO PER SCHMIDHEINY PER REATO DI OMICIDIO

Si chiude un processo, ma le vittime dell’amianto potrebbero non rimanere senza giustizia. La procura di Torino ha infatti chiesto un rinvio a giudizio per l’imprenditore svizzero della Eternit,Stephan Schmidheiny. Ma questa volta a far cadere le accuse non sarà la prescrizione come è successo per la prima inchiesta che si fondava sull’accusa per il disastro ambientale. Questa volta l’ipotesi di reato contestata dai magistrati è omicidio volontario aggravato di 258 persone, morte per l’esposizione all’amianto tra il 1989 e il 2014. E l’omicidio non si può prescrivere. Proprio i giudici della Corte di Cassazione, nelle motivazioni dell’assoluzione del magnate, avevano sottolineatocome le contestazioni mosse dalla Procura fossero più idonee a reggere altri reati, come le lesioni e l’omicidio. “Il Tribunale – si legge – ha confuso la permanenza del reato con la permanenza degli effetti del reato, la Corte di Appello ha inopinatamente aggiunto all’evento costitutivo del disastro eventi rispetto ad esso estranei ed ulteriori, quali quelli delle malattie e delle morti, costitutivi semmai di differenti delitti di lesioni e di omicidio“.

Secondo l’accusa, Schmidheiny, “nonostante sapesse della pericolosità dell’amianto”, avrebbe “somministrato comunque fibre della sostanza”. Le aggravanti ipotizzate dai pm Guariniello e Gianfranco Colace, che hanno condotto l’inchiesta, sono quelle dei motivi abietti, la volontà di profitto e del mezzo insidioso, l’amianto. Solo 66 delle vittime sono ex lavoratori degli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato (Alessandria) e Cavagnolo (Torino), mentre tutti gli altri sono residenti di quelle zone.

Cassazione: il processo era già prescritto

Centoquarantasei pagine di motivazioni, depositate oggi, del verdetto di prescrizione della Suprema Corte che lo scorso 19 novembre ha, tra l’altro, annullato i risarcimenti alle vittime: nelle motivazioni, la Cassazione sottolinea che il processo torinese per le morti da amianto era prescritto prima ancora del rinvio a giudizio di Schmidheiny.

Ad avviso della Suprema Corte «a far data dall’agosto dell’anno 1993» era ormai acclarato l’effetto nocivo delle polveri di amianto la cui lavorazione, in quell’anno, era stata «definitivamente inibita, con comando agli Enti pubblici di provvedere alla bonifica dei siti. E da tale data – prosegue il verdetto – a quella del rinvio a giudizio (2009) e della sentenza di primo grado (13/02/2012) sono passati ben oltre i 15 anni previsti» per «la maturazione della prescrizione in base alla legge 251 del 2005».

Secondo la Cassazione, inoltre, l’imputazione di disastro a carico di Schmidheiny non era la più adatta da applicare per il rinvio a giudizio dal momento che la condanna massima sarebbe troppo bassa, per chi miete morti e malati, perché punita con 12 anni di reclusione. In pratica «colui che dolosamente provoca, con la condotta produttiva di disastro, plurimi omicidi, ovverosia, in sostanza, una strage», verrebbe punito con solo 12 anni di carcere e questo è «insostenibile dal punto di vista sistematico, oltre che contrario al buon senso», aggiunge la Suprema Corte.

Il sindaco di Alessandria: ora ddl per reato disastro ambientale 
«Ora il Parlamento dia corso al disegno di legge per introdurre il nuovo reato di disastro ambientale». La sollecitazione è giunta dal sindaco di Casale Monferrato (Alessandria), Titti Palazzetti, a poche ore dalla deposizione delle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, che ha cancellato i risarcimenti alle parti civili.

«Prendiamo atto delle motivazioni, che comunque erano già contenute nella sentenza letta lo scorso novembre, ma rimane la nostra convinzione che il diritto può fare giustizia; la Corte di Cassazione aveva tutti i margini per confermare le pene previste nei primi due gradi di giudizio», ha commentato il sindaco. «Non possiamo continuare ad avvalerci di leggi e codici degli anni Trenta del secolo scorso. Nel frattempo il mondo è cambiato e non è più sostenibile accettare che ci siano persone e aziende che inquinano e che possano andarsene indisturbate: chi inquina deve pagare, sia i danni ambientali sia i danni alla popolazione. È una battaglia non solo per Casale Monferrato, ma anche per Taranto, Augusta, la Terra dei fuochi e tutte quelle zone d’Italia colpite nel profondo dai disastri ambientali perpretrati con disinvoltura nei decenni», ha spiegato Palazzetti.

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