AMIANTO: attenzione alla teoria della fibra killer.

La natura cancerogena delle fibre di amianto è ormai cosa risaputa, in Italia e nel mondo (anche se, purtroppo, esistono numerosi Stati nei quali è ancora consentito l’uso di quella materia). In Italia, la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo dell’amianto sono proibiti sin dal 1992, ma ciò non ha evitato che si registrassero, in questi anni, migliaia di casi di morte per mesotelioma pleurico, patologia la cui eziologia è unicamente addebitabile alle fibre di amianto, soprattutto nelle zone in cui operava la potente industria dell’Eternit, una multinazionale presente in Italia, a Casale, Cavagnolo, Rubiera,  Bagnoli, Siracusa, ma con stabilimenti in tutto il mondo.

Il mesotelioma pleurico è caratterizzato da un lunghissimo periodo (anche 40 anni) di latenza della malattia, dall’inalazione delle fibre al momento della manifestazione della patologia. E’ evidente che un simile modo di manifestarsi della malattia comporta delle difficoltà nell’individuazione dei soggetti penalmente responsabili dell’esposizione all’amianto dei lavoratori (e dei cittadini residenti in località limitrofe agli stabilimenti). La giurisprudenza aveva superato il problema, ritenendo che tutti i dirigenti, muniti del relativo specifico potere, che si erano susseguiti negli anni di attività lavorativa del lavoratore colpito dalla malattia, dovessero considerarsi responsabili, in nome dell’incidenza, nel nesso causale con la patologia, della continuata e prolungata esposizione al rischio.

In altre parole, pur se l’insorgere della patologia in questione è sempre, necessariamente, riferibile ad una prima fibra, la prosecuzione dell’esposizione all’amianto determina un accorciamento del tempo di latenza, con la conseguenza, detto in termini crudi, che il soggetto  muore prima.

Sulla base di tale impostazione, numerosi sono stati i processi per omicidio colposo da esposizione ad amianto conclusosi con la condanna di amministratori e dirigenti: non ultimo, il processo Eternit, recentemente conclusosi in I° grado a Torino con la condanna degli amministratori di fatto della società, per disastro e omissione dolosa delle misure antinfortunistiche, seguiti dalla morte di migliaia di lavoratori e cittadini.

La lobby dell’amianto, ancora molto potente, ha cercato di trovare, nel mondo scientifico, un supporto per evitare, almeno in parte, condanne e risarcimenti dei danni. E così, alcuni (per vero, pochi) scienziati hanno elaborato due teorie, il cui risultato finale sarebbe quello di non consentire nemmeno lo svolgimento dei processi per esposizione all’amianto.

La prima teoria addebita l’insorgenza del mesotelioma solo alle fibre di amianto “ultrafini”, con irrilevanza causale delle altre; e poiché, dato anche il già ricordato lungo periodo di latenza della malattia, non si è quasi mai in grado di indicare con certezza quali dimensioni avessero le fibre utilizzate all’epoca della presunta insorgenza della malattia, non si potrebbe mai (o quasi) ritenere esistente il nesso causale tra il tipo di amianto utilizzato ed il mesotelioma contratto. Fortunatamente, questa teoria non ha trovato sostenitori, onde oggi, in campo scientifico, è ritenuta del tutto priva di valore e la giurisprudenza ne ha tratto le dovute conseguenze.

La seconda teoria, invece, è ben più pericolosa ed ha già avuto qualche riconoscimento in campo giurisprudenziale. Si tratta della teoria della c.d. fibra-killer: una volta che il lavoratore abbia inalato la prima fibra di amianto che si è radicata nel suo corpo, la successiva esposizione all’amianto sarebbe del tutto irrilevante e non vi sarebbe prova che il periodo di latenza si abbrevi.

Sotto il profilo scientifico, la teoria ha ottenuto ben scarsi consensi; si pensi solo che nella recente “Consensus Conference” tenutasi a Torino nel novembre 2011, su 16 esperti in materia, partecipanti all’incontro, 15 si sono espressi contro questa teoria ed uno solo ha espresso qualche dubbio.

La Cassazione, però, ha rilevato l’esistenza di due diverse correnti, in campo scientifico ed ha imposto ai Giudici di merito di esaminarle entrambe, attraverso perizie da affidare ad esperti del settore.

Purtroppo, la prima ricaduta di questa nuova impostazione ha determinato l’assoluzione in appello di alcuni dirigenti ENEL condannati in I° grado per l’omicidio colposo di 4 lavoratori della centrale elettrica di Chivasso, deceduti per mesotelioma pleurico, sulla base di una perizia, elaborata, purtroppo, da soggetti privi, a mio giudizio, della necessaria competenza in materia, che ha finito per aderire alla teoria della fibra-killer, con la conseguenza che, non essendo possibile determinare il momento dell’assunzione e inalazione della prima fibra responsabile della malattia, tutti gli imputati dovevano essere assolti.

Si tratta di una sentenza che potrebbe avere conseguenze drammatiche su tutti i processi per morte (o lesioni) da amianto, attualmente pendenti, primo tra tutti il già ricordato processo Eternit.

Chi mai potrà dire quando sia stata inalata la fibra di amianto responsabile dell’insorgenza della malattia?

E se la prolungata esposizione all’amianto non è in nesso causale con la morte del colpito, ciò vuol dire che quei lavoratori che abbiano già, presumibilmente, respirato la fibra-killer , potrebbero lavorare, nei paesi in cui ciò è ancora consentito, senza protezione alcuna, magari immersi nell’amianto?

Il mondo scientifico, quello giuridico, la società intera si devono ribellare a questa teoria, che si risolverebbe nella negazione del diritto al risarcimento danni.

http://www.huffingtonpost.it/roberto-lamacchia/amianto-attenzione-alla-t_b_2377276.html?utm_hp_ref=italy

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